E TRADIZIONI DELLE RICERCA DELL'ORO

In un Paese così ricco d'oro come l'Italia, i cercatori possono ben vantare una storia gloriosa: i cercatori odierni, appassionati che per hobby e senza fini di lucro si dedicano nel tempo libero alla ricerca dell'oro, hanno precursori illustri che per lungo tempo, hanno fatto della ricerca dell'oro, una professione. Già i Celti, e probabilmente prima di loro i Liguri e gli Etruschi, conoscevano e sfruttavano le sabbie aurifere di molti corsi d'acqua della Valle Padana. Gli ingenti depositi tra i torrenti Olobbia, Viona ed Elvo furono "coltivati" in grande stile, impiegando migliaia di uomini e realizzando poderose opere idrauliche. Ne resta a testimonianza la "Bessa" tra Ivrea e Biella, dove l'enorme pietraia (quasi otto chilometri quadrati di estensione, cento milioni di metri cubi di materiale da cui si calcola che siano state estratte almeno 200 tonnellate d'oro) é formata dai sassi scartati, nella ricerca delle pagliuzze d'oro, dai circa cinquemila uomini che lavoravano per conto dei Romani. Reperti simili si trovano sulle sponde dei laghi di Lavagnina nell'Ovadese e sulle sponde del Ticino a Golasecca. Nel corso dei secoli la ricerca intensiva dell'oro andò via via declinando. Solo i contadini continuarono ad alternare la pesca del nobile metallo alla cura dei campi. Le violente piene dei fiumi non ancora imbrigliati dagli argini facevano "ricrescere" il brillante metallo portando a valle sempre nuovi frammenti. Dopo ogni piena, c'era una vera corsa all'oro: il fortunato che scopriva una buona "punta" aveva il diritto di lavorarla per tre giorni, poi doveva cedere il posto ad altri. Una buona "punta" poteva fornire anche diverse decine di grammi d'oro. Ancora per tutto l'Ottocento e il primo Novecento lungo il corso del Ticino, in alcuni paesi rivieraschi, proprio la tradizione voleva che lo sposo raccogliesse nel fiume, l'oro destinato per gli anelli nuziali. Si trattava comunque di un'attività faticosa e precaria sempre meno redditizia man mano che le piene venivano limitate dagli argini. Cinquant'anni fa era ancora remunerativo darsi da fare sul fiume con "piatto o trula (attrezzo tipico dei cercatori oleggesi che ha la forma di un badile quadrato con tre sponde e il manico perpendicolare) e canaletta": mentre un operaio guadagnava cento lire al giorno, con un solo grammo d'oro, se ne potevano ottenere almeno ottocento. Dopo la guerra il prezzo dell'oro cominciò a scendere: nel '47/'48 lo pagavano 470 lire al grammo e la ricerca fu abbandonata, per rinascere in questi ultimi anni come hobby dal fascino inconsueto.